Bagan è una delle ragioni che ci ha condotti fin qui, in Birmania: i templi, sparsi a centinaia su una spianata di terra rossa, rendono questa terra sacra agli occhi degli dei e lasciano sbalordito chi ha la fortuna di poterla visitare. Le costruzioni sacre sono ovunque. Per capirci: c’è un piccolo tempio antico perfino nel cortile del nostro hotel.

La giornata è stata così intensa che faccio fatica a distinguere le diverse strutture che abbiamo visitato. Tra templi principali e semplici stupa semi diroccate non ci siamo fermati un attimo. Leggo nel mio diario di bordo: “Confido nelle foto per distinguerli in futuro”. Ricordo chiaramente di aver pensato che sarebbe bastato scattare un numero ragionevole di immagini per poter ricostruire il percorso. Mi accorgo solo ora che, per quanto il piano fosse logicissimo, tutte quelle fotografie non mi aiutano affatto. Anzi, rendono la ricostruzione più confusa e complicata. Vediamo cosa riuscirò a rimettere insieme.

Ci svegliamo con calma: i templi sono vicinissimi all’hotel e sappiamo già che non avremo molta concorrenza. In questo periodo non ci sono turisti in Birmania. La giornata parte uggiosa, poi il caldo diventa torrido e il sole, quando compare, brucia.

Fin dalle prime tappe del nostro “pellegrinaggio” a Bagan uno stuolo di venditori motorizzati ci segue, cercando di venderci qualunque cosa. Sono sempre gli stessi, tappa dopo tappa: si spostano velocissimi e ce ne accorgiamo subito. La cosa fa ridere noi e anche loro, ma la scenetta si ripete identica davanti a ogni tempio.

Visitiamo in particolare due bellissimi templi giallo ocra. La pagoda Iza Gawna è magnifica, in stile indiano, con il suo enorme Buddha. L’interno è interamente affrescato, anche se i colori sono quasi scomparsi e spero possano un giorno essere recuperati con un restauro. Scatto molte foto “a futura memoria”, non si sa mai. I piccoli Buddha dipinti sulle pareti dovevano essere un tempo coperti di foglie d’oro, poi staccatesi nel tempo. È bello osservare i fedeli che pregano e offrono doni al simulacro del loro dio. Dalla piattaforma della pagoda si vedono le punte di innumerevoli altre strutture sacre, tutte vicinissime. In una stanza del complesso c’è la statua di un monaco talmente realistica che, entrando, chino il capo per salutarlo prima di rendermi conto che non è vivo.











Il secondo tempio è il Nandamannya, famoso per i suoi affreschi, appena visibili nel buio quasi totale che probabilmente li ha preservati fino a oggi. Ho solo qualche foto degli interni e alcuni scatti dell’esterno.



Visitiamo poi una fabbrica di lacca. Non poteva mancare. È uno stanzone piuttosto spoglio, accanto al negozio che vende il prodotto finito. Operai e operaie realizzano piccoli oggetti molto graziosi, ma niente cattura davvero la mia attenzione, che si concentra invece su un camion della spazzatura che passa con la musica a tutto volume. Una scena curiosa, anche se l’ho già vista in altri paesi. Intanto le ragazze del gruppo si fanno coprire le unghie con sottili lamine dorate.


Proseguiamo con il tempio di Payathonzu, una struttura particolare composta da tre edifici collegati tra loro da corridoi coperti, anch’essi ricchi di affreschi religiosi.
A questo punto la mia bussola mentale, e con essa la mia agenda, vanno in frantumi. Le foto si accumulano, i luoghi si sovrappongono. Siamo in una piana di terra rossa letteralmente costellata di templi di ogni forma e dimensione. Alcuni sembrano semplici casupole di mattoni, un po’ diroccate, ma all’interno custodiscono comunque una statua di Buddha. Anche i più minuscoli risultano curati: qualcuno vi lascia uno scopettone e bottigliette d’acqua. Altri, invece, sono enormi, con cortili, mura, scalinate e ambienti capaci di ospitare decine di fedeli.




Visitiamo certamente la pagoda Lemyethna, quasi per caso, camminando tra le costruzioni. Qui gli affreschi sono ben conservati, così come i simulacri.





Entriamo poi in altri due o tre edifici apparentemente abbandonati. Pranziamo in un ristorante lungo il fiume: siamo tutti insieme a una lunga tavolata, a chiacchierare come se fossimo personaggi, o comparse, di Giorni in Birmania di Orwell.







Dopo pranzo facciamo un giro in calesse tra le migliaia di templi, scattando foto e osservando la vita quotidiana delle persone che vivono fra queste antiche strutture. Il giro è scomodissimo, ma divertente. Per cinque euro, una cifra modica per noi ma non per i birmani, saliamo poi su una torre panoramica costruita una ventina d’anni fa, dalla quale si abbraccia con lo sguardo l’intera piana: templi ovunque, in un numero impressionante.
Torniamo in hotel per rinfrescarci e prepararci per la cena. Mangiamo in una “tipica” casa di teak, The Teak House. “Tipica” tra virgolette, perché le case viste finora sono vissute e spesso un po’ cadenti, mentre questo locale è perfetto e curatissimo. Durante la cena assaggiamo il vino birmano: profumo e sapore non mi convincono, ma accompagna dignitosamente i piatti. Dopo cena restiamo a bordo piscina a bere qualcosa e chiacchierare.









