In viaggio verso Yangon
Oggi andremo a Yangon, e io ho ancora la febbre. Ci svegliamo in questo strano hotel arrampicato su un costone di una roccia che affiora fra i corridoi abitati da enormi farfalle nere che sembrano fatte di carta e non mancano di sembrare minacciose così in gruppo come sono.

Faccio una colazione condita di febbre e mal di testa, e fuori dall’hotel una fitta nebbia fa affiorare la vita quotidiana di questo luogo fuori dal tempo. Alcune donne che vendono pesce, alcuni monaci che sembrano fradici di bruma nei loro abiti arancione carico e bordeaux, con le scure ciotole per raccogliere l’elemosina in cambio di benedizioni. Da un punto non meglio precisato arriva non si sa bene come un canto, una preghiera ritmata che rende la scena ancor più surreale.



Come successo ieri per la salita, ci riporta giù al campo base un mezzo militare semi coperto che ci conduce a velocità folle lungo una strada fatta di curve strette che precipitano a valle. La morte ci saluta ad ogni curva, ma io sto già male di mio e morire finendo in una scarpata mi sembra quasi una fine invidiabile, piuttosto che continuare a ricevere folate di vento carico di goccioline ghiacciate in faccia.



A valle, la febbre sembra diminuire
A valle inizio a sfebbrare e sento caldo, un caldo da morire. Ma devo resistere. In ogni caso saliamo su un pullman che ci conduce verso la capitale. La strada non è esattamente breve. Vediamo scorrere dai finestrini una lunga pianura inondata di acque.






Lungo il percorso ci fermiamo per visitare alcuni luoghi sacri, dei quali la Birmania è disseminata. In particolare la Shwe Maw Daw Pagoda e un bellissimo Buddha sdraiato, che ovviamente bisogna visitare scalzi. Il pavimento è scivoloso e bagnato. Non ne capisco la logica, ma i Birmani hanno lastricato i loro luoghi sacri di mattonelle scivolosissime. Durante tutto il viaggio non c’è stato giorno in cui un compagno di viaggio non sia caduto più o meno rovinosamente a terra. In questo caso tutti si accontentano di fotografare la grande statua dalle scalette. Io invece no. E nonostante stia male decido di avventurarmi scalzo e fare il giro del Buddha per vederne i piedi istoriati. Subito dietro l’enorme testa cado rovinosamente a terra e mi inzuppo come un pulcino febbricitante. Maledetto me! Non stavo già abbastanza male?? Il danno è nullo, tranne i vestiti bagnati, un lieve dolore alla spalla e il morale ancora più a pezzi. Mi rimane però una storiella molto divertente da raccontare!



Il cimitero dei soldati inglesi
Visitiamo poi un cimitero nel quale sono seppelliti soldati inglesi. Molto ordinato, è curato a spese del Commonwealth.




Immancabile poi la pausa (sempre sotto una finissima pioggia) per vedere l’elefante albino che secondo le credenze locali porta molta fortuna. Di certo a vederlo porta molta più tristezza. Non mi piace vedere questi animali bellissimi costretti con catene a prestarsi agli scatti dei turisti e dei curiosi. I suoi occhi bianchi paiono racchiudere un’antica saggezza, ci guardano quasi come se fossero tristi per noi, e non per la cattività. Spero se non altro che trattino bene lui e i suoi compagni di prigionia.



A Yangon ci guida Tiziano Terzani
Giunti in albergo abbandoniamo le valige in camera e ci rechiamo velocemente in uno dei luoghi sacri più famosi dell’intera Birmania. Tiziano Terzani ne parla nel suo libro “In Asia” (una bellissima raccolta di articoli scritti nel tempo, che aiutano a leggere la storia di questo magnifico ed enorme continente).

“A Rangoon, nella pagoda di Shwedagon, la più sacra, di cui si dice che abbia nelle sue fondamenta otto capelli di Buddha, dati dall’Illuminato a un mercante in cambio di un po’ di miele, la grande attrazione del momento è la nuova scala mobile «made in Germany» installata l’estate scorsa. Fra i regali che i militari fanno per ingraziarsi gli abati dei monasteri i più ambiti sono rappresentati da luci psichedeliche che ora, malauguratamente, lampeggiano a mo’ di aureola dietro le teste di tantissimi Buddha in tutta la Birmania. In qualche modo anche la Birmania non sembra sfuggire al fascino di ciò che la modernità ha portato al resto del mondo, e non avendo la libertà di scegliere, finisce per avere del progresso solo gli aspetti più deteriori. Il Paese resta prigioniero.”


La perla di Yangon: la pagoda Shwedagon
Abbandonate le scarpe saliamo su questa scala mobile tedesca incredibilmente lunga per raggiungere la mitica Pagoda. Durante la salita, da finestroni ornati posti ai suoi lati possiamo vedere gli alberi e le piante della collina. Giunti al termine della scala ci si apre un mondo nuovo. Io non sto ancora bene, ma nonostante il malessere mi rendo conto che stare qui è un privilegio e mi immergo in un luogo di bellezza e spiritualità commoventi. Camminiamo trasognati in un paradiso fatto d’oro (e di assurde mattonelle bianche e scivolose, tanto per cambiare) e pare di stare sulle nuvole. La degna conclusione di una giornata incredibile. O forse sono morto per davvero?





















